[Da Pietro Emanuele, I cento talleri di Kant, Salani Editore, 2003]
50. Un tè bollente fa parlare un piccolo Lord... e conclude il nostro libro
Da sempre il linguaggio è oggetto di indagine filosofica: qual è la sua origine, quale la sua natura? Ma nessun secolo ha visto trionfare la linguistica filosofica come il Novecento. L'americano Noam Chomsky (1928), linguista, filosofo e socialista anarchico, ne è stato uno dei principali protagonisti. Ha sostenuto che alla base del caos apparente del linguaggio esistono delle matrici mentali che ne spiegano il rapido apprendimento, come avviene nei bambini. Alcuni suoi discepoli hanno attribuito a questa teoria, nota come «grammatica generativa », la stessa importanza che ha il sistema periodico degli elementi per la chimica.
Il linguaggio è uno dei più antichi misteri dell'uomo, a partire da un fatto incredibile: pur impiegando un numero limitato di vocaboli, possiamo elaborare una quantità pressoché infinita di frasi. Inoltre sin da piccoli, è un vanto delle nostre madri, impariamo a parlare e a capire gli altri in poco tempo, e siamo persino in grado di distinguere le frasi grammaticalmente corrette da quelle sbagliate.
Chomsky considerò questi enigmi il punto di partenza della sua teoria: «Un parlante maturo può produrre una frase nuova della propria lingua al momento opportuno e gli altri parlanti possono capirlo, sebbene per essi sia ugualmente nuova. Gran parte della nostra esperienza linguistica... ha a che fare con frasi nuove. La normale padronanza di una lingua comporta non soltanto la capacità di capire un numero indefinito di frasi interamente nuove, ma anche la capacità di identificare le frasi devianti e, all'occasione, di imporre ad esse un'interpretazione» (Problemi di teoria linguistica) .
Questo stupefacente carattere creativo del linguaggio, per cui parlare non significa ripetere le stesse parole o le stesse frasi a memoria, alla maniera di un computer, ma proferire frasi nuove, è ciò che ha messo in difficoltà gli avversari di Chomsky. Costoro pretendevano di spiegare i prodigi del linguaggio giustificandoli in base alla sola esperienza. Chomsky invece voleva andare al di sotto della superficie. E per farlo, decise di compiere una scelta improntata alla tradizione razionalista: si ispirò cioè alla teoria cartesiana delle idee innate, sostenendo un analogo innatismo linguistico.
Postulò quindi che la mente umana sia strutturata in modo da possedere una grammatica universale inconscia che permette a ogni individuo di generare frasi in una qualsiasi lingua. E superfluo precisare che Chomsky non ha in mente uno smemorato o un distratto, ma un ideale individuo che sappia parlare e ascoltare in modo normale. A questa condizione si può affermare che i bambini, prove clamorose del miracolo del linguaggio, non potrebbero manifestare la loro sorprendente capacità di parlare se non esistesse a priori nella loro mente una certa forma di grammatica.
Ponendo alla base del fenomeno del linguaggio questo fondamento biologico di strutture linguistiche innate, per Chomsky non soltanto è possibile spiegare il mistero della facilità di apprendimento dei bambini, ma si può persino ammettere qualcosa che sembra impossibile, cioè che un bambino sappia parlare prima ancora di aver mai aperto bocca.
Chomsky porta l'esempio di Thomas Macaulay, il Lord inglese ottocentesco noto come storico e politico. A differenza di ogni bambino, che impara gradatamente a parlare, il piccolo Lord nella sua infanzia era stato sempre zitto a causa di una timidezza patologica. Sino a quando, un bel giorno (si fa per dire) un'ospite maldestra gli rovesciò addosso un tè bollente. Di fronte alle ansiose scuse della signora, il piccolo pronunciò le prime parole della sua vita in un elegante inglese: «Grazie, signora, l'atroce dolore si è alquanto placato». L'esempio è brillante, ma c'è da chiedersi se siamo ancora di fronte a un bambino normale, o non piuttosto di fronte a un enfant prodige.
In ogni caso Chomsky ha ragione a rilevare che non si può dare una spiegazione meramente empirica dell'apprendimento del linguaggio: «L'idea che una persona abbia un repertorio verbale - una raccolta di frasi che essa produce per abitudine nelle dovute occasioni - è un mito che non corrisponde affatto all'uso della lingua quale praticamente si osserva... Tali concezioni possono essere valide per gli auguri, per alcune frasi stereotipate e così via, ma danno un'idea del tutto errata dell'uso corrente della lingua» (La grammatica trasformazionale).
In questo modo Chomsky riprende, oltre che Cartesio, la teoria di Wilhelm von Humboldt, che aveva cercato di fondere le istanze illuministiche con quelle romantiche ponendo alla base del linguaggio un impulso insieme razionale e creativo. La lingua, diceva, «non si può propriamente insegnare, per quanto a prima vista possa apparire il contrario, ma solo suscitare nell'animo; si può quindi soltanto porgere il filo, secondo il quale essa si sviluppa da sé» (Problemi di teoria linguistica). Ciò accade perché già all'interno della psiche esiste una forma capace di suscitare istintivamente delle strutture linguistiche.
Chomsky fa suo questo principio di Humboldt, ma lo specifica sostenendo che il linguaggio comprende due distinti livelli, uno inconscio e l'altro esplicito. Il primo è una struttura profonda, detta in inglese competence, mentre quello del linguaggio parlato è una struttura di superficie, che viene detta in inglese performance. Il rapporto tra l'inconscio e le strutture consapevoli da esso prodotte viene detto generativo. Ma contro di esso si solleva una tipica obiezione: se un bambino non viene mai esposto ad alcuna esperienza di linguaggio, come farà a parlare sulla base della sola, presunta, struttura mentale?
Chomsky viene accusato di non aver mai risposto in maniera soddisfacente a questa obiezione. Tuttavia la sua importanza non risulta sminuita da questi attacchi. Nessuno di essi infatti, può togliergli il merito fondamentale di avere intuito come una sola matrice mentale possa generare un'infinità di prodotti linguistici.
L'uomo che si trovi di fronte all'infinita possibilità di parole e di frasi è smarrito. Ma come riesce a dominarla in qualche modo, può addirittura illudersi di raggiungere la chiave dell'universo. Chomsky non ha mai espresso quest'illusione, ma il suo lettore può esserne indotto dal contrasto tra la fecondità della mente e l'infinità delle costruzioni verbali.
Eccoci di nuovo di fronte al mistero dell'infinito. Esso si è affacciato in maniera enigmatica e angosciante agli esordi del pensiero, dando origine allo sconcertante paradosso di Achille e la tartaruga. Ci vollero secoli perché quel paradosso si risolvesse con la teoria del calcolo infinitesimale. Chomsky sembra quasi accarezzare l'utopia di scoprire un calcolo infinitesimale che sia in grado di dominare anche le innumerevoli parole e combinazioni di frasi che costituiscono il linguaggio.
In realtà, già parecchi grandi pensatori del passato, fra cui Leibniz, sono stati convinti che il futuro del pensiero umano si sarebbe realizzato quando si fosse trovata una combinazione universale delle sue infinite possibilità. Anche Chomsky ritiene portentosa la capacità della mente di selezionare e inventare espressioni sempre nuove traendole dal repertorio infinito e caotico delle combinazioni linguistiche. Prima di lui un analogo stupore di fronte a questa capacità straordinaria della mente l'aveva espresso non un filosofo, ma un letterato al cui fascino non pochi filosofi sono stati sensibili, Borges.
Per Borges l'universo delle parole, e soprattutto di quel che è stato scritto con esse, è talmente sconfinato che potrebbe demoralizzare. In esso, scrive nel suo racconto La biblioteca di Babele, «il nonsenso è normale, e il ragionevole una miracolosa eccezione». Da fantasioso letterato concretizza questa situazione immaginando un'enorme biblioteca, la quale comprenda tutti i libri che sono stati scritti sinora e quelli che potenzialmente sono in grado di esser scritti in un qualsiasi tempo. Ma qualsiasi libro un suo frequentatore prenda in mano, è destinato a sconvolgerlo: o non significa nulla, o è scritto in un linguaggio sconosciuto, o contiene allusioni incomprensibili. Si possono sfogliare tutti l'uno dopo l'altro in una disperata ricerca di qualche senso, ma sempre invano. E però come facciamo a escludere che tra gli infiniti libri non ne esista uno che contenga la spiegazione di tutto? Magari un libro irreperibile e che non sarà mai trovato. Esso sarà scritto in un idioma inaudito, e con la grammatica e la lingua di quell'idioma. Di fronte a esso l'infinito ci apparirebbe come un gioco da ragazzi, come il dilemma di Achille e la tartaruga, una volta che si è risolto.
Anche il nostro lettore sarà convinto che la possibilità di trovare il Libro Totale sia nulla. Dovrà accontentarsi di libri con l'iniziale minuscola, come ha inteso essere questo. Il quale però ha esordito, e ora si conclude, con l'eccitante immagine dell'infinito filosofico.